“E vissero per sempre, felici e contenti”

Vi do una notizia, tenetevi forte. Per secoli, con queste favole, ci hanno preso in giro!

Sì perché è ormai assodato che felicità e contentezza sono due stati d’animo molto diversi tra loro e, cosa ben più importante, per molti versi anche in contrasto l’uno con l’altro.

E’ una convinzione che vado maturando da tempo e che, per alcune esperienze personali e a seguito di un video molto interessante che mi è capitato di vedere, si è cementata dentro di me di recente.

Non possiamo essere felici e contenti allo stesso tempo, mettiamoci l’anima in pace.

Per carità, non mi voglio prendere il merito di proclamarmi il primo “pensatore della storia dell’umanità” ad aver partorito questa affermazione; filosofi “ben più importanti di me” se ne sono occupati nel tempo, primo fra tutti Kant, il quale tuttavia suggeriva, e su questo non sono molto d’accordo, di ricercare la contentezza piuttosto che la felicità.

Felici o contenti? Voi a cosa aspirate? Ebbene sappiate che al di là delle indicazioni di Kant c’è, purtroppo o per fortuna, una indole personale da cui è impossibile disattendere in materia.

Ognuno di noi nasce con una propria indole: c’è chi vive cercando di essere contento, e c’è chi vive puntando invece decisamente alla felicità.

Per capire, se siete nel dubbio, a quale dei due “partiti” appartenete può essere utile, come spesso accade, lavorare sull’etimologia dei termini.

Sì perché mai come nel caso della dicotomia tra felicità e contentezza l’etimologia ci aiuta a capire la reale differenza tra questi due termini che spesso, troppo spesso, abbiamo utilizzato in maniera disinvolta e indifferente.

Chi sono gli aspiranti felici? Sono fondamentalmente delle persone che hanno sempre bisogno di fare, di creare, di “far succedere” le cose. Interessante in questo senso l’etimologia della parola felice in inglese, happy, condivisa con un’altra parola inglese “happen”, ovvero succedere. Felice è colui che fa succedere le cose ed infatti noi parliamo spesso di persone di “successo”, ovvero di persone (in teoria felici) perché sono riuscite ad affermarsi nella loro professione o arte.

La felicità dunque non è altro che il momento in cui trova appagamento l’innata voglia di alcuni di noi di creare, ovvero, di cambiare il mondo, quello interno a noi e quello esterno; la persona che cerca la felicità ogni mattina guarda il mondo e pensa che così non gli sta bene.

Per questo si impegna per cambiarlo (non per forza con intenzioni etiche).

Ne va da se che la tendenza alla felicità richiede impegno e, come rovescio della medaglia, ha anche un forte carico di frustrazione, quella che si prova tutte le volte che si va incontro ad un “insuccesso”.

Ma non ci si può fare nulla. Se il nostro DNA, il nostro Fato, il nostro destino, la nostra indole, insomma, chiamatelo come volete, è quello di aspirare alla felicità non ci sarà fallimento in grado di fermarci. Risorgeremo ogni volta dalle nostre ceneri e della nostra infelicità per tentare ancora una volta di giocare la nostra fiche sulla roulette della vita, sperando che nell’alternanza tra rossi e neri (o tra alti e bassi se preferite) esca finalmente il nostro numero.

E statene pur certi che prima o poi uscirà: d’altronde, come detto, se apparteniamo al partito dei “felici” siamo delle persone di successo.

E i contenti? Sono esattamente l’opposto dei felici. “Contento” ha la stessa etimologia di “contenere”, dal latino “contineo”, ovvero “con” e “tenere”. Chi è contento ha già con se tutto quello che gli serve. Guarda il mondo, quello interiore e quello esteriore, e gli sta bene così come è, non vuole cambiarlo.

Il contento vive pacioso disteso su questa grande amaca che è la vita e non ha bisogno di altro.

Il contento dorme tranquillo la notte, non soffre certo di insonnia, e questa sua propensione all’autoappagamento fa anche sì che possa vivere a lungo, godendo di ottima salute. E chi l’ammazza!

Ma attenzione! Se è vero, ed è vero, che i contenti sono destinati ad una vita lunga, i felici al contrario, forse non camperanno molto a lungo (d’altro hanno una esistenza piuttosto complicata), ma sanno vivere la vita “in larghezza”.

I felici sanno estrapolare il meglio da ogni loro secondo su questa Terra, da ogni loro emozione, esperienza. Perché loro ogni santo giorno si alzano con il preciso obiettivo di rendere tale giorno memorabile. E spesso ci riescono.

I contenti no. Vivono bene, per carità, e, come detto, vivono a lungo. Ma quanto avranno da ricordare della loro esistenza alla fine dei loro giorni? Ben poco. Si saranno lasciati scivolare la vita addosso in gran parte senza nemmeno accorgersene.

E tu, tu che hai avuto la pazienza di leggere sin qui questo post, a quale partito appartieni? Senti di voler essere felice o di voler essere contento?


Io, decisamente, appartengo alla schiera dei felici, o almeno, degli aspiranti tali.

Sia chiaro, non è qualcosa che ho scelto, e non mi sento più figo degli altri per questo. E’ solo un’indole che mi sono trovato addosso, un po’ come il colore degli occhi, o altri tratti scritti nel nostro DNA. Non siamo noi a sceglierli, è il caso che sceglie per noi.

Io appartengo alla schiera di quelli che dormono poco la notte perché passo il tempo a pensare a come essere persona di “successo”, ovvero che fa succedere le cose, durante il giorno.

Non vi nascondo che sono tante le volte, soprattutto a seguito di batoste o fallimenti, in cui vorrei appartenere ai contenti, a quelli che si accontentano. D’altronde direi che personalmente e professionalmente mi sono preso delle grandi soddisfazioni dalla vita, potrei vivere di rendita serenamente per il resto dei miei giorni, ma non ci riesco.

E’ un po’ come  per i numeri primi in matematica. Poverini non si dividono per nessun altro numero se non per se stessi, non ci riescono. Sono destinati dall’algebra dell’universo a rimanere quello che sono,  per sempre. Ma sono anche i numeri più importanti; pensate che tutti i sistemi informatici moderni si basano proprio sull’utilizzo dei numeri primi. In pratica, hanno avuto “successo”.

Insomma: l’anelito alla felicità o alla contentezza inizia insieme a noi, con il nostro primo vagito alla nascita. E ci accompagna sempre nel corso della vita.

Dobbiamo avere solo l’onesta e l’intelligenza di capire a quale dei due partiti apparteniamo. Senza voler cambiare le cose, perché comunque non ci riusciremmo.

Accettiamo la nostra natura di aspiranti felici o aspiranti contenti; e impariamo anche a riconoscere la natura di chi ci sta accanto. Riusciremo così a comprendere molto più facilmente tanta dell’insofferenza (per i felici) o della (apparente) pigrizia (per i contenti) che spesso non siamo in grado di spiegarci. Non c’è giustificazione, siamo, siete, sono, fatti così.

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