Uomo e natura

Ricucire la natura significa, secondo me, ricucire in primo luogo il rapporto che ad essa ci lega, il rapporto tra uomo e natura.

Nell’ultimo secolo, in corrispondenza col boom del progresso tecnologico, il nostro rapporto con la natura è cambiato.

E’ passato dall’essere basato su una sorta di tacito e reciproco rispetto (un paradigma di relazione che durava sin dalla notte dei tempi oserei dire) ad una forma di apparente supremazia dell’uomo, nei confronti della natura.

Il fatto di riuscire a deviare il corso dei fiumi, bonificare aree paludose e dar vita a zone desertiche ha dato all’uomo moderno un falso senso di onnipotenza.

Un senso di cui oggi raccogliamo i “frutti”; surriscaldamento climatico, periodi di siccità alternati a violente inonandazioni, l’innnalzamento del livello dei mari.

Sono fenomeni che non riguardano solo il futuro (di cui ci dovremmo comunque occupare visto che è la principale eredità che lasciamo ai nostri figli) ma caratterizzano in maniera sempre più violenta il nostro presente con i loro strascichi di morti, danni e carestie.

Fermiamoci

Dobbiamo fermarci finché siamo in tempo, e riprendere in mano quel filo che ci permetterà di ricucire, per quello che è possibile, il nostro rapporto con la natura.


Non è un discorso “ecologista” è solo “buon senso” e cura di se ed è questo un convicimento che ho fatto da tempo mio e che, per quello che mi riesce, cerco anche di trasmettere nelle mie fotografie.

Quando infatti mi ritrovo a riprendere soggetti naturalistici, che si tratti della notte artica animata dall’Aurora Boreale o di una spiaggia maldiviana, cerco di mettere la mia tecnica fotografica al servizio di quel sentimento empatico che, proprio in quel momento, mi sta legando al soggetto naturale che sto riprendendo.


Non è semplice perché alle volte si corre il rischio, nella ricerca spasmodica della perfezione tecnica, di perdere il senso del messaggio che la nostra foto vuole trasmettere.

Anche in fotografia

Dobbiamo sempre ricordarci, prima di premere sull’otturatore, perché stiamo fotografando.

Stiamo semplicemente cercando di mantenere un ricorso su pellicola o vogliamo piuttosto trasmettere un messaggio, una suggestione, un stato d’animo?


Io quasi sempre mi ritrovo nel secondo caso e, guardando le gallerie di questo sito, vi ritroverete non per forza le foto meglio riuscite ma quelle che ho selezionato perchè tutt’oggi riescono a riprodurre nella mia mente il momento (inteso come spazio e come tempo) in cui le ho realizzate.

Ricordo che, uno dei più bei complimenti che mi è capitato di ricevere in questi anni è stato quello di una persona che guardando uno scatto notturno da me rubato in giro per Roma (e quindi non un soggetto naturalistico) durante il lockdown.

Aveva definito quel vuoto e quel silenzio “commoventi” e perfettamente in grado di raccontare la vera essenza di quel deserto che il Covid ha portato nelle nostre città.



Ecco, credo che la fotografia abbia, tra gli altri, anche il compito di raccontare la “commovenza” di quella parte di universo “verde” che vive fuori dall’asfalto e dal cemento delle nostre città.

La fotografia non potrà riportare indietro certe lancette nel rapporto tra uomo e natura, non potrà fermare da sola il riscaldamento globale.

Ma (come è avvenuto ad esempio quando delle immagini hanno saputo, meglio dei tg, raccontare le guerre o i grandi eventi del passato) può diventare un veicolo, tra i tanti, capace di seminare coscienza collettiva e dar vita ad una maggiore sensibilità verso la salute del nostro Pianeta.

D’altronde luce e colore sono gli ingredienti base di ogni fotografia. La natura è l’orto primario che ci fornisce questi ingredienti. Forse ci conviene ripartire da qui…